Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato

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Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Un segnale politico tutt’altro che secondario, che però è la prova più evidente dei limiti strutturali dell’attuale assetto intergovernativo, in cui le decisioni comuni possono essere bloccate dal veto di un singolo Governo.

Il risultato raggiunto sull’Ucraina va nella direzione giusta. Sicuramente positivo è il fatto che i Paesi europei concordino non solo sulla volontà di accrescere la pressione sulla Russia, ma anche sulla necessità di prepararsi per future trattative di pace, alle quali l’Unione europea non può mancare. Ora occorre, urgentemente, che l’Unione non si divida e stabilisca che a sedere a quel tavolo sia una sua figura rappresentativa – e non dei singoli Stati membri – capace di difendere gli interessi europei e di spingere per una pace giusta e duratura.

Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. I capi di Stato e di Governo hanno nuovamente espresso preoccupazione per la crisi umanitaria in corso e condannato le violazioni del diritto internazionale, nonché le gravissime dichiarazioni di membri del governo israeliano in merito alla situazione in Palestina. In quanto ad azioni concrete, però, l’Unione europea è ancora una volta inerme: non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri, ma soprattutto necessaria affinché possa essere ancora considerata un’organizzazione credibile: sospendere l’accordo di associazione con Israele.

Durante il vertice, è stata annunciata anche l’apertura del primo cluster negoziale nel percorso di adesione di Ucraina e Moldova. Questo passo storico, unito all’avvio dei lavori sul Trattato di adesione del Montenegro, rende molto probabile il fatto che che nei prossimi anni nuovi Paesi entrino nell’Unione europea e come federaliste e federalisti non possiamo che accogliere positivamente la loro inclusione all’interno di una comune casa europea. Ciò, però, non può avvenire a Istituzioni e regole invariate: senza un parallelo approfondimento dell’integrazione, che cominci dall’abolizione del voto all’unanimità, il processo di allargamento rischia di trasformarsi in un fattore di paralisi dell’Unione europea.

Nelle Conclusioni, il Consiglio europeo ha anche accennato alla questione delle garanzie di sicurezza in Ucraina, aspetto in cui i limiti europei sono ancora più evidenti. Alla luce del posizionamento degli Stati Uniti, sempre più orientati a ritirare truppe e disimpegnarsi dalla difesa dall’Europa, ad assumersi questa responsabilità dovrà essere l’Ue stessa. Per svolgere al meglio questa funzione non abbiamo bisogno di un rafforzamento dei sistemi di difesa nazionali tra loro eterogenei e poco integrati, così com’è stato finora promosso dalle Istituzioni europee, ma di una forza multinazionale europea in capo all’Unione, parte di un sistema di difesa comune. Una sovranità condivisa sul tema della difesa doterebbe l’Europa di una maggiore capacità di deterrenza verso le minacce esterne, la renderebbe più autonoma e porterebbe ad una razionalizzazione delle spese militari nazionali.

Nella riunione del Consiglio europeo sono emersi anche i contrasti sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Mentre Paesi come Germania, Olanda e Austria pretendono una ridimensionamento della proposta di bilancio avanzata dalla Commissione, ribadendo la propria contrarietà al ricorso a titoli di debito europei, altri 17 Paesi invece, tra cui Italia e Spagna, chiedono che non vengano ridotte le risorse destinate ai fondi di Coesione e alla Politica Agricola Comune. Però conservare non basta: bisogna battersi per un bilancio più ambizioso. Le sfide attuali sono tutte di scala europea, se non addirittura globale, e richiedono risorse comuni adeguate, assicurate da una politica fiscale comune.

Il Consiglio europeo ha infine ricordato la necessità di accelerare i lavori per abbattere i costi dell’energia. Lo shock provocato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che durerà ancora a lungo anche se lo stretto dovesse essere riaperto, ha ulteriormente dimostrato tutta la fragilità strutturale dell’Unione europea e la sua assenza di autonomia. Se i Paesi europei intendono davvero raggiungere la resilienza necessaria per far fronte alle crisi, devono avere il coraggio di superare la frammentazione del mercato energetico europeo, intraprendere acquisti congiunti e promuovere investimenti comuni.

Non è più il tempo di esitare: che le ed i capi di stato e di governo si decidano a compiere passi in avanti concreti verso una Federazione europea!

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Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato

Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Un segnale politico tutt’altro che secondario, che però è la prova più evidente dei limiti strutturali dell’attuale assetto intergovernativo, in cui le decisioni comuni possono essere bloccate dal veto di un singolo Governo.

Il risultato raggiunto sull’Ucraina va nella direzione giusta. Sicuramente positivo è il fatto che i Paesi europei concordino non solo sulla volontà di accrescere la pressione sulla Russia, ma anche sulla necessità di prepararsi per future trattative di pace, alle quali l’Unione europea non può mancare. Ora occorre, urgentemente, che l’Unione non si divida e stabilisca che a sedere a quel tavolo sia una sua figura rappresentativa – e non dei singoli Stati membri – capace di difendere gli interessi europei e di spingere per una pace giusta e duratura.

Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. I capi di Stato e di Governo hanno nuovamente espresso preoccupazione per la crisi umanitaria in corso e condannato le violazioni del diritto internazionale, nonché le gravissime dichiarazioni di membri del governo israeliano in merito alla situazione in Palestina. In quanto ad azioni concrete, però, l’Unione europea è ancora una volta inerme: non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri, ma soprattutto necessaria affinché possa essere ancora considerata un’organizzazione credibile: sospendere l’accordo di associazione con Israele.

L’Unione europea si assuma il coraggio di sospendere le relazioni con Israele

Lo Stato di Israele sta perpetrando, ormai da tempo, un genocidio ai danni della popolazione palestinese a Gaza, violando continuamente il cessate il fuoco, istituito l’8 ottobre 2025. Parallelamente, prosegue il progetto di annessione di fatto della Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti israeliani – sempre più violenti e radicalizzati – sostenuti dall’IDF e con abusi sistematici ai danni della popolazione palestinese.

La violenza e l’illegittimità delle azioni perpetrate dallo Stato di Israele è evidenziata anche nei confronti delle e degli attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati illegalmente in acque internazionali e sottoposti a trattamenti disumani e degradanti.

Come Gioventù Federalista Europea condanniamo con fermezza queste azioni, come ogni violazione del diritto internazionale, e non possiamo non inorridire al pensiero che ciò che le e gli attivisti internazionali sperimentano parzialmente, per alcuni giorni o settimane, è la realtà inumana a cui il popolo palestinese è sottoposto da più di ottant’anni. Sosteniamo la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele in virtù del suo articolo 2, per cui le relazioni tra le parti si devono fondare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

Tra guerra e crisi energetica: il salto di qualità di cui l’Europa ha bisogno

Gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente la fragilità delle tregue in Medio Oriente: tra USA e Iran persistono scontri indiretti, con Washington che intercetta navi iraniane e Teheran che ostacola lo Stretto di Hormuz, mentre i negoziati restano inconcludenti. Anche la tregua tra Israele e Libano è instabile, segnata da attacchi israeliani e reazioni di Hezbollah, con gravi conseguenze per i civili.

In quanto federaliste e federalisti europei condanniamo la violenza come metodo di risoluzione delle controversie e pretendiamo quindi che l’Europa in questa fase si impegni a svolgere una funzione di de-escalation e pacificazione nell’area. Siamo convinte e convinti che se l’Europa disponesse di una politica estera unica e autonoma, supportata da un sistema di difesa comune, la sua capacità di incidere su questo piano sarebbe maggiore.

Auspichiamo quanto meno che le e i Capi di Stati e di Governo concordino sul fatto che il lavoro per un cessate il fuoco nell’area e un ripristino della normalità non sia affidato ai singoli Stati membri in maniera tra loro poco coordinata, ma all’Unione europea in maniera unitaria.

L’Ungheria ha scelto di costruire un nuovo capitolo europeo

Si sono tenute ieri le elezioni in Ungheria, che hanno visto una grandissima affluenza. Il partito Tisza di Péter Magyar, primo oppositore di Orban, ha ottenuto la maggioranza assoluta, segnando una discontinuità politica rilevante nel panorama del Paese e dell’Europa centro-orientale.

Questo esito elettorale rappresenta un chiaro segnale di rigetto delle derive illiberali e autoritarie che negli ultimi anni hanno messo in discussione i principi fondamentali dello Stato di diritto e i valori fondanti dell’Unione europea. Il voto espresso dai cittadini ungheresi dimostra l’esistenza di una volontà concreta di riportare il Paese all’interno di un percorso pienamente democratico, trasparente e ancorato al progetto europeo.

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