Gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente che la tregua tra USA e Iran è tutt’altro che stabile: gli USA intercettano le navi in uscita dai porti iraniani e continuano ad avere l’Iran nel mirino, mentre i Pasdaran continuano a bloccare il passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz. I negoziati finora non hanno portato ad alcun reale risultato e il rischio che il conflitto riesploda è molto concreto.
Allo stesso tempo, la tregua tra Israele e Libano appare ancora più fragile, violata continuamente da attacchi israeliani, che mietono vittime nella popolazione civile, ne costringono la maggior parte alla migrazione e innescano le risposte di Hezbollah, riportando il Libano ad uno stato di guerra e di insicurezza.
In quanto federaliste e federalisti europei condanniamo la violenza come metodo di risoluzione delle controversie e pretendiamo quindi che l’Europa in questa fase si impegni a svolgere una funzione di de-escalation e pacificazione nell’area, ruolo che il Pakistan sta provando a svolgere con ben pochi successi. Siamo convinte e convinti che se l’Europa disponesse di una politica estera unica e autonoma, supportata da un sistema di difesa comune, la sua capacità di incidere su questo piano sarebbe maggiore. Quindi auspichiamo quanto meno che le ed i Capi di Stati e di Governo, appena riunitisi a Cipro per un Consiglio europeo informale, concordino sul fatto che il lavoro per un cessate il fuoco nell’area e un ripristino della normalità non sia affidato ai singoli Stati membri in maniera tra loro poco coordinata, ma all’Unione europea in maniera unitaria.
Alcuni Paesi, guidati da Francia e Regno Unito, inoltre hanno iniziato a riflettere sull’invio di una missione navale nello Stretto di Hormuz, una volta raggiunto un cessate il fuoco, allo scopo di ristabilire la centralità del diritto internazionale e del diritto del mare e garantire la libera circolazione. La missione – che avrebbe uno scopo “strettamente difensivo” – porta con sé varie domande: riuscirà a essere una missione veramente efficace, visto il notevole dispendio di energie richiesto? Vi è il rischio che inneschi un’ulteriore escalation? E poi quali Paesi includerà? Riusciranno i Paesi europei ad agire in maniera autonoma dalla NATO e dagli USA, come sembrano proporsi di fare? Questa missione sarebbe comunque una soluzione emergenziale e sempre legata alla logica degli Stati nazionali: solo attraverso un vero sistema di difesa europeo, queste minacce troverebbero di fronte una forza di interposizione adeguata.
La crisi sul fronte energetico, comunque, non cesserà ancora per molto tempo: anche qualora la guerra dovesse concludersi oggi e lo stretto essere riaperto immediatamente, si prevede che i costi dell’energia rimarranno comunque elevati ancora a lungo, a causa dai danni arrecati dai bombardamenti a infrastrutture energetiche.
Consapevole di ciò, la Commissione ha presentato “AccelerateEU”, un pacchetto di misure di emergenza, che incoraggiano anche un maggiore coordinamento tra Stati. È chiaro però che questa crisi, che sta avendo e continuerà ad avere un notevole impatto sui cittadini europei, pone la necessità e allo stesso tempo offre l’opportunità di un salto di qualità. Un mercato energetico interno più integrato, acquisti congiunti e con una diversificazione dei partner commerciali, un aumento degli investimenti comunitari nella produzione energetica interna e sostenibile, mobilitando a questo scopo risorse del bilancio dell’Unione, tema su cui a Cipro sono emerse divergenze: sono questi i passi che l’Europa deve compiere per ridurre la propria vulnerabilità sul piano energetico e ridimensionare così l’impatto che crisi simili in futuro potranno avere sull’economia europea.
Di fronte alle crisi che ci colpiscono abbiamo un urgente bisogno di ridurre la nostra frammentazione in alcuni settori chiave e accrescere l’integrazione: occorre che la classe politica prenda decisioni coraggiose in questo senso e i cittadini e le cittadine europee hanno compito di fare pressione su di essa perché le prenda. La strada da intraprendere è ormai quella di una federazione europea.
Tra guerra e crisi energetica: il salto di qualità di cui l’Europa ha bisogno
Gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente che la tregua tra USA e Iran è tutt’altro che stabile: gli USA intercettano le navi in uscita dai porti iraniani e continuano ad avere l’Iran nel mirino, mentre i Pasdaran continuano a bloccare il passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz. I negoziati finora non hanno portato ad alcun reale risultato e il rischio che il conflitto riesploda è molto concreto.
Allo stesso tempo, la tregua tra Israele e Libano appare ancora più fragile, violata continuamente da attacchi israeliani, che mietono vittime nella popolazione civile, ne costringono la maggior parte alla migrazione e innescano le risposte di Hezbollah, riportando il Libano ad uno stato di guerra e di insicurezza.
In quanto federaliste e federalisti europei condanniamo la violenza come metodo di risoluzione delle controversie e pretendiamo quindi che l’Europa in questa fase si impegni a svolgere una funzione di de-escalation e pacificazione nell’area, ruolo che il Pakistan sta provando a svolgere con ben pochi successi. Siamo convinte e convinti che se l’Europa disponesse di una politica estera unica e autonoma, supportata da un sistema di difesa comune, la sua capacità di incidere su questo piano sarebbe maggiore. Quindi auspichiamo quanto meno che le ed i Capi di Stati e di Governo, appena riunitisi a Cipro per un Consiglio europeo informale, concordino sul fatto che il lavoro per un cessate il fuoco nell’area e un ripristino della normalità non sia affidato ai singoli Stati membri in maniera tra loro poco coordinata, ma all’Unione europea in maniera unitaria.