Si sono tenute ieri le elezioni in Ungheria, che hanno visto una grandissima affluenza. Il partito Tisza di Péter Magyar, primo oppositore di Orban, ha ottenuto la maggioranza assoluta, segnando una discontinuità politica rilevante nel panorama del Paese e dell’Europa centro-orientale.
Questo esito elettorale rappresenta un chiaro segnale di rigetto delle derive illiberali e autoritarie che negli ultimi anni hanno messo in discussione i principi fondamentali dello Stato di diritto e i valori fondanti dell’Unione europea. Il voto espresso dai cittadini ungheresi dimostra l’esistenza di una volontà concreta di riportare il Paese all’interno di un percorso pienamente democratico, trasparente e ancorato al progetto europeo.
La vittoria di Magyar apre uno spazio politico nuovo, che dovrà essere colto con responsabilità e determinazione: sarà ora fondamentale tradurre questo mandato elettorale in riforme strutturali capaci di ristabilire l’indipendenza delle Istituzioni, rafforzare i diritti fondamentali e ricostruire la fiducia tra cittadini e sistema politico, fiducia seriamente compromessa dopo 16 anni di mandato di Viktor Orban, caratterizzati da gravi squilibri nella ripartizione dei poteri.
Per l’Europa, questo passaggio rappresenta un’opportunità strategica. Il rafforzamento delle forze democratiche in Ungheria può contribuire a superare le fratture che hanno indebolito la coesione dell’Unione, rilanciando il processo di integrazione su basi più solide e condivise. Auspichiamo un superamento di tutti i veti posti da Orban negli ultimi anni, verso un’Europa veramente coesa e all’altezza delle sfide del nostro secolo.
Come Gioventù Federalista Europea, riteniamo che questo momento debba essere accompagnato da un rinnovato impegno a livello europeo: è necessario andare oltre l’attuale assetto intergovernativo e avanzare con decisione verso un’Unione federale, capace di garantire in modo efficace democrazia, diritti e Stato di diritto in tutti gli Stati membri. Sarà compito di Magyar, fin dai prossimi mesi, segnare con forza una discontinuità con il suo predecessore, mettendo l’Europa al centro del suo programma politico.
Il voto di ieri non è un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase politica. Una fase che richiede coraggio, visione e una chiara scelta di campo: quella di un’Ungheria pienamente europea, e di un’Europa finalmente all’altezza delle sfide che la incalzano.
Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato
Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Segnale politico importante ma anche prova dei limiti strutturali dell’assetto intergovernativo dove il veto di un singolo Governo può bloccare le decisioni.
Sul fronte Ucraina il risultato è positivo: i Paesi europei concordano su maggiore pressione sulla Russia e sulla necessità di prepararsi a future trattative di pace alle quali l’Unione deve partecipare. Serve però ora una figura unica europea che rappresenti l’Unione ai negoziati.
Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. In quanto ad azioni concrete, l’Unione europea è ancora una volta inerme. Non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri: sospendere l’accordo di associazione con Israele.