Nella giornata di ieri, in un’operazione congiunta, Israele e Stati Uniti hanno bombardato l’Iran. È stato reso noto nella serata che anche la Guida suprema Khamenei è tra le vittime dell’attacco: un fatto destinato ad avere conseguenze profonde e imprevedibili sugli equilibri interni del Paese e sulla stabilità dell’intera regione.
Il regime degli Ayatollah è un regime autoritario e sanguinoso, responsabile di numerosi crimini nei confronti della popolazione iraniana e di una sistematica violazione dei diritti fondamentali. Auspichiamo insieme alla popolazione iraniana che possa sorgere nel Paese un regime democratico, eletto dal popolo e rispettoso dei diritti dei suoi cittadini e delle sue cittadine.
Tuttavia, non possiamo non esprimere profonda preoccupazione per l’ennesima violazione del diritto internazionale: il metodo impiegato è l’ennesimo esempio di una politica estera unilaterale, basata sull’uso della forza, che in Iran è già costata la vita a centinaia di civili, tra cui bambini e bambine di una scuola, e che non fa altro che alimentare ulteriori tensioni in Medio oriente, come testimonia il coinvolgimento di altri Paesi dell’area.
I leader politici europei prendono posizione in ordine sparso e in maniera timida, senza formulare vere condanne. La Commissione europea si limita a ribadire il sostegno agli alleati regionali, senza reali garanzie o impegni. Per questa sera, comunque, è stato convocata una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dopo che l’organo è stato completamente aggirato dalla decisione di avviare un’operazione militare.
Il mondo non può piegarsi alla legge del più forte. A garantire una transizione democratica in Iran e una convivenza pacifica nell’area può essere solo un ordine mondiale multilaterale basato sul diritto, e quindi è necessario agire per il rafforzamento delle istituzioni internazionali, non aggirarle e ricorrere a metodi coercitivi.
L’Unione europea non può accettare passivamente che le relazioni internazionali si basino sempre più sulla forza perché questo significherebbe lasciare che l’umanità sprofondi nel caos. Per poter essere un’attrice di pace credibile a livello internazionale, l’Europa non può più scegliere di rimanere divisa; farsi federazione è ormai imprescindibile.
Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato
Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Segnale politico importante ma anche prova dei limiti strutturali dell’assetto intergovernativo dove il veto di un singolo Governo può bloccare le decisioni.
Sul fronte Ucraina il risultato è positivo: i Paesi europei concordano su maggiore pressione sulla Russia e sulla necessità di prepararsi a future trattative di pace alle quali l’Unione deve partecipare. Serve però ora una figura unica europea che rappresenti l’Unione ai negoziati.
Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. In quanto ad azioni concrete, l’Unione europea è ancora una volta inerme. Non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri: sospendere l’accordo di associazione con Israele.