L’ottantesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in corso in questi giorni al Palazzo di Vetro di New York, era tra le più attese degli ultimi anni. A stimolare l’attenzione è stata soprattutto l’iniziativa lanciata da Francia e Arabia Saudita: da mesi, infatti, i due Paesi raccoglievano adesioni a un’azione congiunta volta al riconoscimento dello Stato di Palestina, con l’obiettivo di inviare un segnale forte al Medio Oriente, dove le operazioni militari israeliane proseguono senza sosta e senza pietà.
L’Unione europea, rappresentata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, in assenza di una politica estera unica ha potuto esprimersi solo attraverso le voci dei suoi Stati membri, e si è un’altra volta mostrata divisa. Il Belgio ha subordinato il riconoscimento dello Stato palestinese alla liberazione degli ostaggi israeliani sequestrati da Hamas durante l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, l’Italia ha adottato la stessa posizione, ma solo dopo le grandi manifestazioni di piazza che lunedì hanno attraversato l’intera penisola. La Germania, così come Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Grecia, non ha mostrato l’intenzione di seguire la scelta intrapresa in Europa da Francia e Portogallo, che si sono allineati con i restanti Paesi dell’Unione sull’iniziativa del riconoscimento.
Tutto ciò è accaduto nel corso della prima seduta, boicottata da Israele e Stati Uniti. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che non vi sarà mai uno Stato palestinese e ha accusato tali riconoscimenti di costituire una ricompensa al terrorismo. Il presidente statunitense Donald Trump è intervenuto successivamente, accusando le Nazioni Unite di appoggiare Hamas. Trump non si è limitato a ciò, ha proseguito criticando a fondo il multilateralismo e le organizzazioni internazionali in generale.
Il tycoon ha sostenuto che le Nazioni Unite offrano soltanto parole vuote, incapaci di fermare le guerre. Una posizione che potrebbe persino apparire condivisibile, se non fosse che per Trump la soluzione risieda nell’unilateralismo e nella politica di potenza, con gli Stati Uniti indiscutibilmente al vertice. È la stessa logica che lo ha spinto ad attaccare apertamente l’Unione europea su ogni fronte: dalla difesa alla transizione ecologica, dalle politiche migratorie alle questioni commerciali. Un tentativo di sfruttare le divisioni e le lacune esistenti per presentarsi come salvatore, maschera dietro la quale si cela – non troppo velatamente – la pretesa di erigersi a padrone del mondo.
Il suo timore più grande, tuttavia, non si chiama Europa, bensì Cina. Proprio pochi giorni fa, il presidente cinese Xi Jinping, rivolgendosi al gruppo dei BRICS, ha difeso con forza il multilateralismo, dichiarando: “La storia ci insegna che il multilateralismo è l’aspirazione comune dei popoli e la tendenza generale della nostra epoca. Esso fornisce un sostegno importante alla pace e allo sviluppo mondiali”. Parole che suonano come un richiamo all’unità, ma che vanno lette alla luce della realtà: anche la Cina persegue una logica di potenza, finalizzata a rafforzare la propria influenza globale, spesso in aperto contrasto con i diritti fondamentali. Dietro la difesa del multilateralismo si nasconde la volontà di promuovere un ordine internazionale più favorevole ai propri interessi geopolitici, a scapito delle libertà individuali, dello Stato di diritto e della democrazia.
Di fronte a questo scenario – con gli Stati Uniti ripiegati su un unilateralismo aggressivo e la Cina impegnata a ritagliarsi il ruolo di potenza alternativa – il rischio è che il multilateralismo venga svuotato del suo contenuto, ridotto a strumento retorico nelle mani delle grandi potenze.
È qui che si inserisce la risposta federalista. Perché se il multilateralismo vuole sopravvivere e diventare credibile, esso non può limitarsi a essere il fragile equilibrio tra interessi nazionali in conflitto. Ha bisogno di attori politici capaci di rinunciare a una parte della propria sovranità per costruire istituzioni sovranazionali democratiche, dotate di legittimità e di poteri effettivi.
Le Nazioni Unite possono essere antidoto alla logica della politica di potenza solo se supereranno la frammentazione statale e trasformeranno il multilateralismo in progetto politico. L’Unione europea può rappresentare questo esempio, se saprà dotarsi della capacità di parlare con una voce unica in politica estera, di promuovere la pace non come semplice slogan ma come obiettivo concreto, e di difendere i diritti fondamentali dentro e fuori i propri confini.
Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato
Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Segnale politico importante ma anche prova dei limiti strutturali dell’assetto intergovernativo dove il veto di un singolo Governo può bloccare le decisioni.
Sul fronte Ucraina il risultato è positivo: i Paesi europei concordano su maggiore pressione sulla Russia e sulla necessità di prepararsi a future trattative di pace alle quali l’Unione deve partecipare. Serve però ora una figura unica europea che rappresenti l’Unione ai negoziati.
Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. In quanto ad azioni concrete, l’Unione europea è ancora una volta inerme. Non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri: sospendere l’accordo di associazione con Israele.