“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Con queste parole, esattamente settantacinque anni fa, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman compiva una vera e propria rivoluzione, dichiarando l’apertura della Francia a una collaborazione con la Germania, storica rivale, al fine di porre delle fondamenta stabili per assicurare la pace sul continente europeo.
Schuman fece proprie le riflessioni di Jean Monnet, stimolate dai confinati di Ventotene che vedevano nella Federazione europea il presupposto per una sana relazione con i popoli asiatici e americani e, in prospettiva, per una pace che coinvolgesse l’intero globo.
Ecco perché il 9 maggio di ogni anno, la Gioventù Federalista Europea festeggia la Festa dell’Europa, l’anniversario del giorno in cui, dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, emerse un progetto destinato a entrare nella storia, quello dell’unità europea.
Le possibilità che l’odierna Unione europea offre ai propri cittadini e alle proprie cittadine sono enormi. Viviamo in un contesto privo di conflitti armati e di frontiere interne, in uno spazio comune di opportunità in cui è garantita la mobilità per studiare e lavorare, è tutelato il consumatore, è finanziata la ricerca, è promossa la biodiversità, è sostenuto lo sviluppo sostenibile.
Ma se festeggiamo ciò che è stato costruito, non possiamo esimerci dal denunciare, con forza, ciò che manca. Perché l’Europa che vogliamo – e che ci serve – è ancora incompiuta.
Se la pace è l’obiettivo primario dell’integrazione europea, dobbiamo ammettere che non è stato raggiunto in modo pieno. Sul suolo stesso dell’Unione si verificano quotidianamente violazioni di diritti e libertà: dalla repressione della comunità LGBTQ+ in Ungheria e non solo, alle pressioni sui media indipendenti in Slovacchia, dalla criminalizzazione della solidarietà nei confronti dei migranti in Italia e Grecia, alla repressione dei diritti riproduttivi delle donne, fino alle palesi violazioni del diritto a manifestare il dissenso in Italia come in Ungheria e Germania. In alcuni Stati membri, lo stesso Stato di diritto è sotto attacco, con la separazione dei poteri che viene messa in discussione, i tribunali che diventano strumenti del potere politico, la libera informazione che viene intimidita.
La logica intergovernativa che causa tutte queste contraddizioni ha ancora più rilievo sul piano esterno, in un mondo nel caos dove l’Unione non ha possibilità di parlare con una voce sola. Eppure dovrebbe.
Non è più accettabile non avere ancora una politica migratoria e d’asilo comune fondata sulla responsabilità condivisa e sul rispetto dei diritti umani sanciti dalle convenzioni internazionali. Bisogna prendere atto del fallimento del modello di esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, arrivato persino a identificare come sicuri Paesi condotti da regimi semiautoritari in cui sono accertate pratiche come la tortura.
Non è più accettabile alcuna ambiguità nell’affrontare l’aggressione russa in Ucraina. Il popolo ucraino sta pagando un prezzo altissimo per difendere valori che sono anche i nostri: la libertà, la democrazia, il diritto a decidere del proprio futuro. Intanto, l’Unione non è ancora in grado di proporre una strategia seria, autonoma e coerente per una pace giusta, né di offrire all’Ucraina un percorso chiaro e rapido di integrazione europea. Serve adesso una politica estera europea davvero comune che superi l’approccio intergovernativo.
Non è più accettabile che si taccia davanti all’orrore che si sta verificando in Medio Oriente, dove il Governo di Israele, forte dell’incondizionato appoggio degli Stati Uniti, si sta rendendo artefice di un genocidio nei confronti del popolo palestinese. Negli ultimi giorni, è arrivato addirittura a minacciare un’operazione militare su vasta scala che include la deportazione di massa dei civili; ciò in un’area dove già manca l’accesso ai beni primari, dove la popolazione civile è allo stremo, dove le infrastrutture sanitarie e la stessa struttura sociale sono al collasso.
Soltanto attraverso un’azione autenticamente europea, democratica e sovranazionale, sarà possibile affrontare queste sfide. Occorre che l’Unione superi una volta per tutte l’egoismo degli Stati membri, tuteli fermamente i valori di cui si fa portatrice, si doti di una difesa comune e di una politica estera unica.
L’Europa che festeggiamo oggi è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Perché si raggiunga l’Europa auspicata settantacinque anni fa, la Federazione europea, bisogna trovare responsabilità e coraggio, e il mondo impone che si trovino alla svelta.
Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato
Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Segnale politico importante ma anche prova dei limiti strutturali dell’assetto intergovernativo dove il veto di un singolo Governo può bloccare le decisioni.
Sul fronte Ucraina il risultato è positivo: i Paesi europei concordano su maggiore pressione sulla Russia e sulla necessità di prepararsi a future trattative di pace alle quali l’Unione deve partecipare. Serve però ora una figura unica europea che rappresenti l’Unione ai negoziati.
Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. In quanto ad azioni concrete, l’Unione europea è ancora una volta inerme. Non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri: sospendere l’accordo di associazione con Israele.