
Il Consiglio europeo ha discusso di sfide globali, ma l’Unione non può affrontare il futuro con le regole del passato
Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Un segnale politico tutt’altro che secondario, che però è la prova più evidente dei limiti strutturali dell’attuale assetto intergovernativo, in cui le decisioni comuni possono essere bloccate dal veto di un singolo Governo.
Il risultato raggiunto sull’Ucraina va nella direzione giusta. Sicuramente positivo è il fatto che i Paesi europei concordino non solo sulla volontà di accrescere la pressione sulla Russia, ma anche sulla necessità di prepararsi per future trattative di pace, alle quali l’Unione europea non può mancare. Ora occorre, urgentemente, che l’Unione non si divida e stabilisca che a sedere a quel tavolo sia una sua figura rappresentativa – e non dei singoli Stati membri – capace di difendere gli interessi europei e di spingere per una pace giusta e duratura.
Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. I capi di Stato e di Governo hanno nuovamente espresso preoccupazione per la crisi umanitaria in corso e condannato le violazioni del diritto internazionale, nonché le gravissime dichiarazioni di membri del governo israeliano in merito alla situazione in Palestina. In quanto ad azioni concrete, però, l’Unione europea è ancora una volta inerme: non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri, ma soprattutto necessaria affinché possa essere ancora considerata un’organizzazione credibile: sospendere l’accordo di associazione con Israele.

L’Unione europea si assuma il coraggio di sospendere le relazioni con Israele
Lo Stato di Israele sta perpetrando, ormai da tempo, un genocidio ai danni della popolazione palestinese a Gaza, violando continuamente il cessate il fuoco, istituito l’8 ottobre 2025. Parallelamente, prosegue il progetto di annessione di fatto della Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti israeliani – sempre più violenti e radicalizzati – sostenuti dall’IDF e con abusi sistematici ai danni della popolazione palestinese.
La violenza e l’illegittimità delle azioni perpetrate dallo Stato di Israele è evidenziata anche nei confronti delle e degli attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati illegalmente in acque internazionali e sottoposti a trattamenti disumani e degradanti.
Come Gioventù Federalista Europea condanniamo con fermezza queste azioni, come ogni violazione del diritto internazionale, e non possiamo non inorridire al pensiero che ciò che le e gli attivisti internazionali sperimentano parzialmente, per alcuni giorni o settimane, è la realtà inumana a cui il popolo palestinese è sottoposto da più di ottant’anni. Sosteniamo la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele in virtù del suo articolo 2, per cui le relazioni tra le parti si devono fondare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

Tra guerra e crisi energetica: il salto di qualità di cui l’Europa ha bisogno
Gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente la fragilità delle tregue in Medio Oriente: tra USA e Iran persistono scontri indiretti, con Washington che intercetta navi iraniane e Teheran che ostacola lo Stretto di Hormuz, mentre i negoziati restano inconcludenti. Anche la tregua tra Israele e Libano è instabile, segnata da attacchi israeliani e reazioni di Hezbollah, con gravi conseguenze per i civili.
In quanto federaliste e federalisti europei condanniamo la violenza come metodo di risoluzione delle controversie e pretendiamo quindi che l’Europa in questa fase si impegni a svolgere una funzione di de-escalation e pacificazione nell’area. Siamo convinte e convinti che se l’Europa disponesse di una politica estera unica e autonoma, supportata da un sistema di difesa comune, la sua capacità di incidere su questo piano sarebbe maggiore.
Auspichiamo quanto meno che le e i Capi di Stati e di Governo concordino sul fatto che il lavoro per un cessate il fuoco nell’area e un ripristino della normalità non sia affidato ai singoli Stati membri in maniera tra loro poco coordinata, ma all’Unione europea in maniera unitaria.