Consiglio europeo: i governi rincorrono gli eventi, ma l’Europa ha bisogno di governarli

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Il Consiglio europeo che si è appena concluso ha confermato ancora una volta il divario tra la portata delle sfide che l’Unione ha davanti e la capacità dei governi di affrontarle: le ed i leader europei si sono presentati al vertice per l’ennesima volta divisi, incapaci di assumere decisioni all’altezza del momento. 

Per noi federaliste e federalisti il problema è sempre lo stesso: finché le scelte fondamentali sul bilancio, sulla difesa e sul futuro dell’Unione resteranno ostaggio di veti incrociati e di calcoli nazionali, l’Europa continuerà a rincorrere gli eventi anziché governarli. Ne sono una prova i tre punti al centro del vertice: il Quadro Finanziario Pluriennale, la guerra in Ucraina e la sicurezza europea, l’allargamento.  

Per quanto riguarda il primo punto, da mesi i governi assicurano che entro la fine dell’anno verrà raggiunto un accordo sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, ma anche per questa riunione del Consiglio europeo la fumata è nera: la proposta della Presidenza di turno irlandese è stata rispedita al mittente ed è stato affidato al Presidente Costa il compito di trovare una soluzione di compromesso.

Alcuni Paesi (Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Finlandia) insistono per ridurre il prossimo QFP, chiedendo un drastico ridimensionamento non solo della proposta della Commissione, ma anche rispetto al QFP 21-27. Un piano che se andasse in porto sarebbe un inedito e inquietante passo indietro nel processo di integrazione europea. Nel frattempo, altri 17 Paesi, i cosiddetti Amici della Coesione, costituiscono un fronte compatto a difesa delle politiche tradizionali finanziate dal bilancio europeo, come i Fondi di Coesione e la PAC. Questi Paesi dovrebbero promuovere l’idea alternativa di un aumento del volume del QFP (e del volume delle risorse proprie). A quei Paesi che si rifiutano di aumentare il proprio contributo nazionale, si dovrebbe rispondere proponendo l’introduzione di nuove risorse proprie: queste non graverebbero sulla sostenibilità dei bilanci nazionali e garantirebbero al contempo al QFP (e alle istituzioni europee) una maggiore autonomia dagli Stati membri. Un aumento di risorse proprie tra l’altro renderebbe anche più sostenibile il ricorso a strumenti di debito comune per finanziare priorità comuni.

Tagliare il bilancio anziché aumentarlo significa privarsi di adeguate risorse comuni per affrontare sfide esistenziali che hanno ormai una scala europea – dalla competitività industriale e commerciale dell’Europa alla salvaguardia del suo modello sociale, dalla transizione digitale e lo sviluppo dell’IA alla lotta al cambiamento climatico e raggiungimento di una maggiore autonomia sul piano energetico – e limitare notevolmente la nostra capacità di garantire beni pubblici europei.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, è importante che i Paesi europei inizino ad individuare una figura rappresentativa dell’intera Unione – e non di singoli Stati membri -, che sieda ad un futuro tavolo di trattative e sia capace tanto di difendere gli interessi europei quanto di premere per una pace giusta e duratura. Per ora, però, questo scenario resta lontano: la Russia non ha intenzione di interrompere la guerra, se non a condizioni durissime per l’Ucraina e l’Europa, e il recente accordo stipulato con gli USA sull’esportazione di diesel probabilmente allontanerà ulteriormente questa possibilità. Di fronte alla minaccia russa, sempre più intensa anche nella forma di attacchi ibridi, e all’evidente inaffidabilità degli USA, occorrerebbe che il Consiglio europeo, oltre a manifestare la propria preoccupazione, comprendesse la necessità di costruire un sistema di difesa veramente europeo, comune e autonomo, se non a 27, quantomeno con i Paesi che sono disponibili, anziché incoraggiare un aumento di spese militari nazionali tra loro poco coordinate.

Infine sul tema dell’allargamento, le conclusioni del Consiglio invitano l’Unione a “portare avanti i lavori e le riforme a livello interno, fissare le sue ambizioni a lungo termine e stabilire le modalità per conseguirle nonché affrontare le questioni fondamentali connesse alle sue priorità e politiche, come pure alla sua capacità di agire”. Esiste un solo modo per essere coerenti rispetto a queste dichiarazioni: procedere nell’integrazione prima di un’ulteriore allargamento e attuare quelle riforme strutturali di cui l’Unione ha bisogno per farsi trovare pronta a questo appuntamento, tra le quali sicuramente un superamento strutturale dell’unanimità che ancora blocca il Consiglio europeo. 

Bilancio, difesa e allargamento raccontano la stessa storia: finché ogni scelta dovrà passare per il filtro di ventisette interessi nazionali, continuerà a subire gli eventi piuttosto che governarli. 
Per questo ribadiamo che la risposta non è una cooperazione sempre più cauta tra Stati, ma una vera federazione europea, capace di dotarsi di un bilancio, di una difesa e di una voce comuni. 

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Tra ieri e oggi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, il primo dopo la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria, fatto che ha reso possibile dopo lungo tempo l’approvazione di conclusioni a 27. Segnale politico importante ma anche prova dei limiti strutturali dell’assetto intergovernativo dove il veto di un singolo Governo può bloccare le decisioni.

Sul fronte Ucraina il risultato è positivo: i Paesi europei concordano su maggiore pressione sulla Russia e sulla necessità di prepararsi a future trattative di pace alle quali l’Unione deve partecipare. Serve però ora una figura unica europea che rappresenti l’Unione ai negoziati.

Meno soddisfacenti, invece, sono le conclusioni del Consiglio europeo su Israele e Palestina. In quanto ad azioni concrete, l’Unione europea è ancora una volta inerme. Non disponendo di una politica estera unica, si limita a impegnarsi in missioni civili e di ricostruzione. Dovrebbe perlomeno avere il coraggio di prendere un’iniziativa che rientra pienamente tra i suoi attuali poteri: sospendere l’accordo di associazione con Israele.

L’Unione europea si assuma il coraggio di sospendere le relazioni con Israele

Lo Stato di Israele sta perpetrando, ormai da tempo, un genocidio ai danni della popolazione palestinese a Gaza, violando continuamente il cessate il fuoco, istituito l’8 ottobre 2025. Parallelamente, prosegue il progetto di annessione di fatto della Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti israeliani – sempre più violenti e radicalizzati – sostenuti dall’IDF e con abusi sistematici ai danni della popolazione palestinese.

La violenza e l’illegittimità delle azioni perpetrate dallo Stato di Israele è evidenziata anche nei confronti delle e degli attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati illegalmente in acque internazionali e sottoposti a trattamenti disumani e degradanti.

Come Gioventù Federalista Europea condanniamo con fermezza queste azioni, come ogni violazione del diritto internazionale, e non possiamo non inorridire al pensiero che ciò che le e gli attivisti internazionali sperimentano parzialmente, per alcuni giorni o settimane, è la realtà inumana a cui il popolo palestinese è sottoposto da più di ottant’anni. Sosteniamo la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele in virtù del suo articolo 2, per cui le relazioni tra le parti si devono fondare sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

Tra guerra e crisi energetica: il salto di qualità di cui l’Europa ha bisogno

Gli sviluppi delle ultime settimane mostrano chiaramente la fragilità delle tregue in Medio Oriente: tra USA e Iran persistono scontri indiretti, con Washington che intercetta navi iraniane e Teheran che ostacola lo Stretto di Hormuz, mentre i negoziati restano inconcludenti. Anche la tregua tra Israele e Libano è instabile, segnata da attacchi israeliani e reazioni di Hezbollah, con gravi conseguenze per i civili.

In quanto federaliste e federalisti europei condanniamo la violenza come metodo di risoluzione delle controversie e pretendiamo quindi che l’Europa in questa fase si impegni a svolgere una funzione di de-escalation e pacificazione nell’area. Siamo convinte e convinti che se l’Europa disponesse di una politica estera unica e autonoma, supportata da un sistema di difesa comune, la sua capacità di incidere su questo piano sarebbe maggiore.

Auspichiamo quanto meno che le e i Capi di Stati e di Governo concordino sul fatto che il lavoro per un cessate il fuoco nell’area e un ripristino della normalità non sia affidato ai singoli Stati membri in maniera tra loro poco coordinata, ma all’Unione europea in maniera unitaria.

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olga osuchowska

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